Mentre la società contemporanea rincorre festeggiamenti d’oltreoceano come Halloween, con i suoi riti commerciali e le sue macabre maschere di plastica, nelle nostre case resiste una tradizione antica, autentica e carica di spiritualità: la celebrazione della Notte dei Santi e del ricordo dei nostri cari defunti.

Non si tratta di una festa del terrore, ma di un abbraccio di affetto e nostalgia tra il mondo dei vivi e quello delle anime che ci hanno preceduto profondamente radicato nella memoria popolare. Un abbraccio che si manifesta attraverso antiche tradizioni capaci di assottigliare i banchi tra il mondo dei vivi e quello delle anime rendendo magica la notte tra l’1 e il 2 in cui la Chiesa commemora i defunti.

Tutto ha inizio la sera del 1° novembre. Con gli occhi pieni di attesa e un pizzico di apprensione, i bambini appendono una calza vuota in un angolo della casa: al caminetto, sul davanzale della finestra o ai piedi del proprio letto.

La mattina del 2 novembre, al risveglio, la calza non è più vuota: è colma di doni, dolci e sorprese. Secondo il racconto tramandato di generazione in generazione, quei piccoli regali sono stati portati dalle anime dei parenti scomparsi, tornati per una notte a far visita alle proprie famiglie per proteggerla e benedirla lasciando un segno tangibile del loro amore immortale.

Al di là del momento ludico, questa usanza custodisce un significato pedagogico e umano di straordinaria bellezza. La “calza dei morti” aiuta i più piccoli ad approcciarsi al tema della perdita senza spavento: la morte perde i suoi tratti cupi per vestirsi della luce del ricordo e della gratitudine. Il legame con chi non c’è più non si spezza, ma si rinnova ogni anno attraverso un gesto d’amore capace di scaldare il cuore di tutta la famiglia.

ASan Severola tradizione della“Calza dei Morti”è un rituale profondamente sentito.

Anticamente la calza veniva confezionata a mano dalle mamme con i ferri e appesa in un angolo nascosto della casa. La mattina del 2 novembre, la caccia al tesoro dei bambini portava alla scoperta di piccoli regali “lasciati dagli antenati” per dimostrare che il legame con la famiglia non si spezza mai.

A differenza di altre zone d’Italia, a San Severo la calza dei bambini non si riempie solo di cioccolatini, caramelle, dolciumi commerciali e l’immancabile carbone dolce per i bambini più birichini, ma ospita dei dolci della tradizione sanseverese unici nel loro genere.

I Pupuret (i Peperati) : sono i biscotti simbolo di questo periodo. Si tratta di taralli dolci scuri e speziati, preparati con ingredienti invernali e intensi: farina, zucchero, cacao,mosto cotto(o vincotto), cannella e chiodi di garofano. Ogni famiglia di San Severo custodisce gelosamente la propria variante della ricetta, aggiungendo a piacere mandorle o scorzette d’arancia.

I Munachill (i Monachini):è forse l’usanza più originale e caratteristica di San Severo. Con lo stesso impasto deipupureto con la pasta frolla bianca si modellano dei dolci a forma di piccoli monaci o monachelle. Tradizionalmente venivano infilati nella calza o appoggiati di fianco al letto: svegliarsi e trovare ilmunachillsimboleggiava la visita notturna e protettiva dei parenti scomparsi.

Il folklore sanseverese vuole che a mezzanotte del 2 novembre le porte del cielo si aprano. Per accogliere le anime dei propri cari, le famiglie usavano lasciare un ceppo di legno acceso nel camino per scaldarli e la tavola imbandita per nutrirli prima che lasciassero i doni ai più piccoli.

La preparazione della tavola da pranzo è uno dei gesti più toccanti di questa notte speciale. La sera del 1° novembre, prima di andare a dormire, le famiglie non sparecchiano. Si lascia la tavola imbandita con il pane fresco, un bricco d’acqua limpida, del vino e il grano cotto un dolce della tradizione contadina fatto con grano bollito, chicchi di melograno, noci, pezzetti di cioccolato e vino cotto.

Accanto ai piatti si accende una candela o un lumino: è la luce guida che orienta le anime nel loro cammino verso casa. Questo rito di ospitalità, che affonda le radici nella pietas cristiana e contadina, nasce dal desiderio di offrire ristoro e conforto ai cari che tornano a farci visita. È un modo per dire:“Non vi abbiamo dimenticati, questa è ancora la vostra casa”.

Lasciare la tavola apparecchiata e preparare la calza non sono meri gesti scaramantici, ma atti di profonda civiltà interiore: mantengono viva la catena delle generazioni, ricordandoci da dove veniamo e insegnando ai più giovani il valore del rispetto per chi ci ha amato.

Mentre altri festeggiano la notte di Halloween con zucche vuote e macabro esibizionismo, la Notte dei Santi della tradizione popolare non solo sanseverese ma italiana resta un momento di profonda ricchezza affettiva ed educativa insegnando ai bambini a non temere la morte, ma ad affrontarla attraverso l’amore, trasformando il dolore della perdita in un ponte di gratitudine.